Luigi Gianturco racconta "Ilaria doppelgänger"

Luigi Gianturco

Luigi Gianturco racconta "Ilaria doppelgänger"

1) "Ilaria doppelgänger" nasce da un incontro a Bergamo Alta che sconvolge la vita di Luigi, un cardiologo milanese abituato alla razionalità, ma improvvisamente trascinato in un “loop emozionale”. Da dove è nata l’idea di raccontare un uomo che si ritrova a inseguire una presenza sfuggente e un mistero difficile da decifrare?

Gli amici più stretti mi hanno chiesto, spesso, se l’antefatto che porta al romanzo sia reale o meno. Ovviamente, non ve lo svelo e lascio a Voi Lettori il compito di deciderlo dopo averlo letto e colto ogni dettaglio, anche più minuzioso.
In ogni caso, immergersi in "Ilaria doppelgänger" vuol dire scontrarsi con l’ineffabile e non essere più in grado di usare la logica come più preziosa arma di comprensione della realtà.
L’idea di un simile romanzo nasce dal desiderio di esplorare la vulnerabilità di un uomo, Luigi, che per professione è abituato a gestire il cuore degli altri come un organo meccanico, un insieme di “camere, valvole e flussi di sangue”, ma che scopre di non saper governare il proprio. Essere un cardiologo significa dominare le situazioni critiche, ma l’incontro a Bergamo Alta rompe questa corazza di “superuomo inscalfibile”. Raccontare l’inseguimento di una presenza sfuggente serve a mostrare come un’ossessione possa spodestare ogni altra attività, trasformando un uomo razionale in un “sognatore A occhi aperti” che si perde tra silenzi e domande, specie di notte. Ma la domanda principe è: riuscirà, alla fine, a voltare pagina?

2) Nel romanzo il tema del “doppio” emerge già dal titolo e dal dilemma che accompagna il protagonista: sta cercando Ilaria o Jennifer? Che cosa rappresenta per te questo gioco tra identità, percezione e realtà?

Il dietro le quinte del gioco di nomi Ilaria/Jennifer è, se vogliamo, anch’esso avvolto da un alone di mistero. Esisteva nella mia vita del passato una Ilaria molto importante (è ancora viva, chiariamo…) ma non è lei che mi porta a scegliere il nome Ilaria, quanto un’altra donna (magnetica), la quale, durante la realizzazione del romanzo, mi suggerisce di istituire un sondaggio sui social per scegliere il nome della protagonista, finendo, in realtà, per fornirmi lei stessa la risposta che stavo cercando. Ilaria è il nome giusto! Ma ci sarà anche Jennifer, e il motivo di questa scelta, per ora, non ve lo svelo…
Inoltre, questo dualismo è anche la spia dell’incapacità umana di etichettare l’essenza di una persona. Il titolo “doppelgänger” evoca difatti anche l’antico concetto di “anima sfuggente”, più che di semplice sosia. Questo gioco riflette la mia convinzione (quella dell’autore, pertanto) che la verità, come il sole, possa nascondersi ma mai scomparire del tutto.
Per Luigi, invece, cercare Ilaria o Jennifer non è solo un dilemma anagrafico, ma la ricerca di una “mente affine” nel pieno delle due facce di una stessa medaglia. La realtà non è ciò che appare – come le fototessere o i documenti – ma ciò che si percepisce nel profondo: alla fine, non importa come lei si chiami, poiché ciò che conta è il legame tra “animi fragili comuni”.

 

3) Luigi affronta un viaggio che attraversa luoghi, ricordi storico-politici, sogni e coincidenze apparentemente inspiegabili. Quanto è stato importante costruire una storia in cui il mistero esteriore si intreccia con una ricerca più profonda dentro l’animo del protagonista?

Il viaggio di Luigi verso il Nord Europa (Anversa, Mechelen) e i riferimenti alla DDR e alla RAF non sono semplici espedienti narrativi, ma metafore della ricerca di un’identità perduta in un passato complesso. Costruire una storia dove i sogni, le coincidenze e la storia politica si intrecciano è fondamentale per creare quel parallelismo sottile ma fondamentale fra ambiente esterno e interno, entrambi guidati dal mistero e dalle poche certezze, che poi sono lo spartito del fluire mai scontato delle nostre vite.
Chi pensa di avere tutte le risposte sottovaluta, in realtà, cosa voglia dire vivere e si limita a sopravvivere finché la sua arroganza banalizzante non viene schiaffeggiata selvaggiamente dalla realtà, sotto le mentite spoglie di un Destino avverso. Ecco allora che, una volta al tappeto, l’unica riflessione spontanea sia: “chi sa tutto dell'amore, non sa nulla dell'amore”.
Ogni indizio esterno – la macchia di caffè ritrovata per caso su una pagina di un certo romanzo, l’impronta unta o un determinato tatuaggio – è riflesso di un incubo interiore da cui il protagonista deve svegliarsi. Il viaggio esteriore serve a Luigi per evolvere e uscire dal “purgatorio emozionale”, capendo che per trovare l’altro bisogna prima ritrovare sé stessi. La conclusione inaspettata e ad effetto segna, di sicuro, il trionfo della sensibilità sulla razionalità: ma il mistero si risolverà sul serio?