Margherita Beretta racconta "Il limite come dono"

Margherita Beretta

Margherita Beretta racconta "Il limite come dono"

1) Margherita, il tuo percorso raccontato in Il limite come dono nasce da un momento di rottura improvvisa. Quando hai capito che quella fragilità, che inizialmente sembrava solo dolore e smarrimento, poteva trasformarsi in un’opportunità?

Non esiste un momento preciso in cui ho capito che la fragilità che stavo vivendo poteva diventare un’opportunità, anzi è stato un percorso lungo e che è ancora in atto. Giorno dopo giorno, tra nuove conquiste e ricadute, ho realizzato che quel dolore aveva solo due possibili evoluzioni: farsi travolgere dalle conseguenze della malattia, oppure accettare che potesse essere utile.
Il confine tra limite e opportunità non è così netto, perché alterno ancora giorni in cui mi sento bene con me stessa ad altri in cui ricado nelle stesse paure, nella stessa fatica o nello stesso smarrimento: proprio in questi momenti devo ricordarmi il percorso che ho fatto e i volti che mi hanno accompagnata e sostenuta, il bene che ho imparato a volermi e soprattutto il fatto che, nonostante tutto, desidero esserci per me stessa e per le altre persone.
Inizialmente ho vissuto il dolore chiedendomi perché, all’improvviso, mi fossi ritrovata a dover sopportare quell’immensa fatica. Poi, piano piano, ho smesso di vedere quella sofferenza come un’ingiusta croce capace di rendermi meno valevole e ho iniziato invece a pensare che, forse, sarei stata in grado di attraversare e portare quel dolore, in qualche modo. E così, la mia prospettiva sulla malattia e, di conseguenza, sulla vita è cambiata e ho scelto, passo dopo passo, di non abbandonarmi completamente alla sofferenza. Lì, credo sia cambiato qualcosa: ho capito che il dolore non sempre si può evitare e non volevo nemmeno rassegnarmi all’idea che potesse definire per sempre chi io fossi: non ero, non sono e non sarò mai la mia malattia.
Forse se dovessi identificare un solo momento di svolta, sceglierei quello in cui sono tornata a pormi, dopo anni, importanti domande: “chi sono?”, “cosa desidero?”, “come voglio vivere?”. È questo il dono più prezioso e autentico che ha contribuito al mio cambiamento.

2) Nel libro racconti come gli attacchi di panico ti abbiano costretta a fermarti e a rimettere in discussione una vita costruita spesso sulle aspettative degli altri. Quanto è stato difficile imparare ad ascoltare davvero te stessa e cosa hai scoperto, in quel silenzio forzato, che prima non riuscivi a vedere?

In realtà non ho mai vissuto, in alcun momento della malattia o della cura, il silenzio forzato: anzi! Desideravo capire perché il mio corpo stesse reagendo così, ma non ho subito realizzato che la paralisi era una risposta automatica a una quotidianità fatti di impegni, lavoro e aspettative mie o altrui che non mi rispecchiavano più. Era come se il corpo avesse già capito che stavo trascurando gli aspetti più importanti della mia vita e cercasse di tirarmi fuori da quell’impasse. In verità non credo neanche che al tempo io stessi realmente vivendo: eseguivo, facevo, e basta. Nel momento in cui sono stata costretta a rallentare, prima, e fermarmi, poi, i pensieri hanno iniziare a emergere prepotentemente. La mia mente viaggiava fin troppo velocemente, rischiando di travolgermi con tutte quelle domande di cui sopra e molte altre. Piuttosto, è stato il mio corpo a dover subire un arresto forzato. Questo mi ha portata a una riflessione e un dialogo interiore, che non subito sono stata pronta a condurre, proprio a causa dei continui pensieri che si sovrapponevano gli uni agli altri.
La parte davvero difficile è stata forse accettare di non riuscire più a fare ciò che fino a poco prima era per me scontato (camminare, mangiare, dormire…). Dentro me, vivevo una profonda lotta tra il desiderio di “risolvermi” e quello di migliorare alla base la mia vita, non solo superficialmente. La parte difficile è stata far capire tutto ciò agli altri, perché si tratta di una malattia a tratti invisibile, ma ancor di più è stato difficile accettarlo e capirlo in prima persona. Mi sono creduta “matta” e sono dovuta scendere al compromesso (per fortuna, col senno di poi!) di affidarmi a dei professionisti, in prima battuta, per poi riuscire anche a fidarmi di loro.
La parte difficile, quindi, non è stato il silenzio, ma piuttosto il dover rimettere in ordine i pezzi per riuscire a narrarli in modo efficace e in modo da aiutarmi.
Insomma, il “take-home message” di tutta questa mia drammatica e ironica vicenda è stato imparare a guardarmi davvero. Ho iniziato a riflettere sul mio passato, sulle esperienze vissute, sulle persone incontrate, su chi ero diventata nel tempo e su quanto, forse, mi fossi allontanata da alcune parti autentiche di me. Lì, in quella situazione di eccesso, ho finalmente visto ciò che prima non riuscivo nemmeno a percepire: sono una persona molto sensibile e profondamente empatica nei confronti delle persone e delle loro storie (sensibilità per anni non compresa da alcuni e in determinati contesti), sono metodica, organizzata e determinata rispetto ai miei obiettivi. Ho quindi imparato a valorizzare queste mie “nuove” peculiarità, rendendole le fondamenta della mia nuova vita, salute e – in un secondo momento – attività professionale.

3) Oggi accompagni le persone verso una vita più essenziale e consapevole attraverso il tuo lavoro di Professional Organizer. In che modo l’esperienza vissuta e raccontata nel libro ha trasformato il tuo modo di intendere il cambiamento e quale messaggio speri arrivi a chi sta attraversando un momento simile?

Ciascuno ha le proprie “debolezze” che vanno però slegate dalla connotazione negativa a cui troppo spesso si associano. Io, inizialmente, vivevo il cambiamento quasi come un’ulteriore “cosa” da dover controllare, da gestire perfettamente o da affrontare cercando sempre di essere forte. Non potevo permettermi di lasciare andare la presa.
Gli attacchi di panico, però, mi hanno insegnato duramente che noi non possiamo controllare tutto… ho dovuto affrontare il trauma, toccare il fondo, fermarmi. Solo successivamente ho iniziato a comprendere cosa significasse avere un bisogno importante, senza riuscire però a organizzare la mente per poter affrontare la quotidianità. Tuttavia, nel momento in cui la mia fragilità è stata accolta, ecco che ho finalmente percepito una nuova leggerezza.
Questo è ciò che mi riprometto di fare ogni giorno anche con le persone che scelgono i miei tre percorsi, a prescindere che si tratti di quello dell’Essenza, dell’Equilibrio o dell’Evoluzione. Il punto non è semplicemente organizzare uno spazio domestico e/o lavorativo, ma creare una strategia su misura che possa accompagnare davvero la persona nel tempo, rispettando la versione di sé che oggi desidera essere.
Il mio obiettivo, come Professional Organizer, è “rendere abitabile il cambiamento”, poiché tutti cresciamo ed evolviamo; è un processo inevitabile, che si può vivere anche con serenità, a differenza di quanto spesso siamo portati a fare e a credere. Ho scelto con consapevolezza e convinzione di avere un approccio di cura e rispetto per i bisogni altrui, accogliendoli per ciò che sono – ovvero, una parte fondamentale dell’Essere Umani. Non credo che ci sia cosa che mi renda più grata e orgogliosa di poter supportare qualcuno, aiutandolo a guardarsi nella sua bellezza e interezza e non solo per i suoi limiti. Avrei desiderato tantissime volte avere qualcuno al mio fianco che mi dicesse: “Marghe, non sei le tue crisi!”. Permettere a un’altra persona di ritrovarsi, tramite un’organizzazione attenta ed efficace per i suoi bisogni intrinseci, è il vero significato che do alla mia attività.
Il messaggio che spero possa arrivare a chi legge “Il limite come dono”, e sta magari attraversando un momento simile, è che non si è mai soli. È importante allargare lo sguardo rispetto a sé stessi e acquisire consapevolezza dell’Altro e di ciò che ci circonda (per quanto sia difficile), comprendendo che un momento di fragilità non cancella il proprio valore. A volte proprio quando ci sentiamo più persi iniziamo, lentamente, a incontrare parti di noi che non avevamo mai ascoltato davvero e che ci rendono persone bellissime e autentiche.