1. In “La mia vita all’ombra di un microfono” la radio appare non solo come una passione, ma come un filo conduttore capace di attraversare ogni fase della tua vita. C’è stato un momento in cui hai capito che la radio non era più soltanto un hobby, ma una parte essenziale della tua identità?
Il momento che ha fatto nascere la mia passione per la radio risale, evidentemente, alla tenera età, quando ascoltavo la musica insieme ai miei genitori. Tuttavia, la vera scintilla è scoccata durante gli anni della scuola media e, successivamente, quando ho iniziato a suonare in un piccolo gruppo. Ascoltando molta radio ed entrando per la prima volta in uno studio radiofonico, allora ancora piuttosto scarno di tecnologia, sentire la mia voce in cuffia e percepirla diffondersi attraverso le radio, nelle case e nelle automobili, ha rappresentato un'emozione unica. È stato in quel momento che è nata non solo la passione per la radio, ma qualcosa di ancora più profondo.
2) Nel libro racconti una generazione cresciuta tra profondi cambiamenti sociali e culturali. Quanto pensi che la musica e la radio abbiano contribuito a creare un senso di comunità e appartenenza in quegli anni?
Penso che la musica, quella degli anni della nascita delle prime radio, quindi degli anni Settanta, sia andata di pari passo con la radio. Ha contribuito a far crescere in modo esponenziale sia la sua diffusione sia le modalità di ascolto. Se prima la musica si poteva ascoltare soltanto con un giradischi e, successivamente, con le audiocassette e poi con i CD, con l'avvento delle radio la diffusione è diventata molto più capillare. Era possibile ascoltare canzoni e brani senza dover necessariamente acquistare un album o un 45 giri. In quegli anni si è creato, soprattutto tra i giovani, un forte senso di aggregazione attorno a un apparecchio radio a transistor, in qualsiasi ambiente: per strada, nei giardini e in tanti altri luoghi.
3) La tua storia è anche un messaggio per i giovani che sognano di lavorare nella musica e nella comunicazione. Qual è l’insegnamento più importante che vorresti lasciare a chi oggi prova a trasformare una passione in un percorso di vita?
Ai giovani di oggi direi che, sulla base della mia esperienza, la radio rimane un mezzo di diffusione non solo della musica, ma anche della cultura e della comunicazione. Se potessi dare un consiglio, sia a chi ama la musica sia a chi non la ama particolarmente, direi che fare radio, come si dice in gergo, è un modo per restare in contatto con l'evolversi della vita quotidiana. È un mezzo che permette di diffondere, anche semplicemente, il proprio modo di essere e di trasmetterlo via etere a chi ascolta. Credo che la radio rimanga uno strumento di comunicazione fondamentale anche per la crescita personale. Sempre e solo radio!