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Mi riconducono alla mia baracca e, poco dopo, capisco di non avere più un’identità.
Faccio caso ai tatuaggi delle altre donne, li cerco e inizio a vederli tutti, alcuni sbiaditi, altri sanguinanti e freschi come il mio, e la nausea diventa vomito.
Rigetto con tutta me stessa questa tortura, questa classificazione meschina di tutte noi.
Piango disperata e vedo gli occhi delle altre donne posarsi su di me, silenziose e immobili. Ci sono passate, lo percepisco dal loro sguardo. Mi copro la bocca con una mano e passo il mio braccio sul viso per pulirmi, quando una piccola donna mi si avvicina e mi aiuta a sedermi.
«Sei arrivata ieri?» mi chiede dolcemente.
La guardo affranta e con un cenno annuisco.
«Farà meno male tra un po’» mi risponde.