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La guida scritta per questi territori nasce da un incarico preciso, costruire una narrazione turistica, far percepire questi luoghi come destinazione. Non sfondo, non paesaggio generico, non "entroterra" come categoria residuale. Destinazione, con tutto ciò che la parola implica: identità, desiderabilità, ragioni concrete per scegliere di andare lì.
Ma raccontare questi luoghi ha significato anche fare i conti con le loro ferite. Il terremoto ha lasciato segni visibili e invisibili, edifici lesionati, centri storici silenziosi, comunità che portano ancora addosso il peso di ciò che è stato perso. Ignorarlo sarebbe stato disonesto. Nasconderlo, inutile. Andava raccontato, ma nel modo giusto, con le parole e con le immagini.
È qui che entra il kintsugi, l'antica arte giapponese di riparare la ceramica rotta con l'oro. La filosofia che sta dietro è semplice e potente: le fratture non vanno nascoste, vanno illuminate. Una cosa riparata non è una cosa diminuita: è una cosa che porta con sé la propria storia, e proprio per questo è più preziosa di prima.
I borghi delle Aree Interne ascolane, con le loro crepe, raccontano una resilienza autentica, una capacità di resistere e ricominciare che non ha nulla da invidiare ai luoghi più celebrati e intatti. E quella storia, se raccontata bene, non allontana il visitatore. Lo attrae. Perché la bellezza fragile è la più umana di tutte.
La guida ai diciassette Comuni non è un elenco di cose da vedere. È un invito a camminare dentro una complessità che vale il viaggio, dalla montagna alla vallata, da un borgo all'altro, da una ferita guarita alla prossima storia che aspetta di essere scoperta.