1. Nel libro “Futura. Dalle radici invisibili ai cambiamenti possibili” analizzi come stereotipi, ruoli di genere e modelli culturali influenzino il nostro modo di essere. Da dove nasce l’esigenza di interrogarsi su ciò che abbiamo interiorizzato senza accorgercene?
Nel mio percorso di studi e, soprattutto, nel lavoro quotidiano con minori e famiglie, ho compreso che nessuno cresce in una “pagina bianca”. Fin dall’infanzia assorbiamo parole, gesti, aspettative e modelli culturali che contribuiscono a costruire il nostro modo di pensare, di relazionarci e di guardare il mondo. Molte di queste influenze sono così profonde da sembrarci naturali, quando in realtà sono il risultato di un processo educativo e culturale. È proprio da qui, da questa esigenza, che nasce "Futura" e l’esigenza di interrogarmi su queste tematiche. Non per offrire verità assolute ma per creare uno spazio di riflessione. Credo che la consapevolezza sia il primo passo di ogni cambiamento: solo quando ci fermiamo a osservare ciò che abbiamo interiorizzato possiamo scegliere se continuare a portarlo con noi oppure costruire un modo nuovo di essere, di educare e di vivere le relazioni. Più che dare risposte, il mio desiderio è che questo libro lasci ai lettori una domanda, l’obiettivo è che possano interrogarsi anche loro. Perché sono convinta che siano proprio le domande, e non le certezze, ad aprire la strada ai cambiamenti più autentici.
2. Nel testo emerge il ruolo centrale dell’educazione come strumento di prevenzione e cambiamento. In che modo la pedagogia può aiutarci a riconoscere e trasformare quei meccanismi culturali che consideriamo “normali”?
La pedagogia ci insegna una cosa fondamentale: ciò che impariamo può anche essere ripensato. Fin da piccoli cresciamo immersi in una rete di parole, esempi, aspettative e modelli culturali che contribuiscono a costruire il nostro modo di vedere il mondo. Molte di queste idee diventano così familiari da sembrarci naturali, quando in realtà sono il frutto di un processo educativo e sociale. In tutto questo il compito della pedagogia non è dirci cosa pensare, ma è offrirci gli strumenti per comprendere perché pensiamo in un certo modo e lo fa invitandoci a osservare la realtà con uno sguardo critico, a riconoscere gli stereotipi che abbiamo interiorizzato e a chiederci se rappresentino davvero i valori in cui crediamo, ed è proprio in questo spazio di consapevolezza che può nasce il cambiamento. Riconoscere, comprendere, trasformare. Credo che questa sia la forza più grande della pedagogia: accompagnare le persone nella scoperta della propria libertà di essere. Perché ogni trasformazione autentica nasce dalla consapevolezza, e ogni società più giusta inizia da un’educazione capace di farci guardare oltre ciò che abbiamo sempre considerato “normale”.
3. Il cambiamento parte sempre da una domanda, da un dubbio, da una piccola crepa nelle nostre certezze. Quale domanda vorresti che ogni lettore portasse con sé dopo aver letto “Futura”?
“Quanto di ciò che penso, scelgo e considero normale appartiene davvero a me, e quanto, invece, è il risultato di ciò che ho imparato e appreso nel tempo?” Credo che questa domanda racchiuda il senso più profondo di "Futura". Non perché il libro voglia mettere in discussione ogni certezza, ma perché ci invita a guardare con occhi nuovi ciò che spesso diamo per scontato. Mi auguro che ogni lettore chiuda l’ultima pagina con una consapevolezza: interrogarsi non significa perdere punti di riferimento, ma avere il coraggio di comprendere meglio sé stessi e il mondo che ci circonda.